martedì 29 novembre 2011

Haiku a fine novembre

Ultimamente mi son dedicato prevalentemente ai miei distici, trascurando le altre forme di poesia che mi stavo abituando a praticare. E' per questo motivo che nelle ultime settimane ho deciso di darmi un po' da fare con gli haiku, tirando fuori questa serie di componimenti brevi.
E, visto che ci sono, ho deciso che spiegherò brevemente le circostanze di nascita di ciascuno di essi.

Il primo risale a uno spunto di qualche anno fa, che avevo già messo in versi in passato ma al quale ho preferito dare una nuova forma di haiku, dato il suo carattere di impressione momentanea. E per la cronaca gli occhi in questione erano assonnati per la sveglia alle sei e sono stati appena scorti in un pullman strapieno, ma il bello della poesia è la sua capacità di mascherare ed eternare anche i momenti di più assurda banalità.
"Banalità" che trionfa nella seconda e nella terza poesia; la seconda fa riferimento specificamente a una tecnica pittorica, la terza al mitologico amore fra terra e cielo sotto forma di pioggia.
La quarta poesia, invece, fa riferimento a una brutta situazione, durata alcuni giorni, nella quale mi son trovato qualche settimana fa. Ne sono uscit, ma in principio ero veramente così abbattuto che neppure un tuono mi avrebbe scosso.
Il quinto e il sesto haiku fanno sia riferimento a quello stato interiore, sia alla mia situazione sentimentale "deamorosa": anche la rugiada ghiaccia in brina se la notte è gelida, e anche un cristallo che pensiamo esser duro e resistente, formato dal gelo, va facilmente in frantumi.
Ma con il settimo haiku, composto quando ho risolto il problema universitario che tanto mi stava facendo penare, ho cercato di fissare la gioia che veramente sentivo in quel momento nell'animo.
Peccato che poi gli altri problemi, svanita l'euforia, mi siano tornati in mente. Da qui l'ottavo e il nono haiku, metafore naturalistiche di come una volta tramontato il sole del momento di gioia serva veramente un'altra luce per non gelare di solitudine.
La decima poesia, prettamente naturalistica, è nata semplicemente osservando alcuni fiori caduti a terra durante la pioggia della notte precedente; e, riflettendo sulle differenze fra quei bouganville e quelli che, sempre a terra, vedo ogni estate, è nato l'undicesimo haiku.
Anche il dodicesimo è derivato semplicemente dall'osservazione di un esile ramo di quercia, strappato dal vento, ai piedi della pianta, mentre nel tredicesimo ho unito all'esperienza visiva della passiflora, rampicante tenacissimo e infestante ma quanto mai discreto in inverno, l'idea di un'altra passione che allo stesso modo si ferma, pur volendo effondersi in mille abbracci, in attesa della primavera.



Ammiro, ardendo
Di un'insana passione,
Occhi di brace.

Un velo grigio
Le nubi, pennellate
D'acqua sul sole.

Dolce carezza
L'erba sottile, bacia
La terra amata.

Lampi distanti:
Ormai neppure il tuono
Mi dona nulla.

E la rugiada
Si gela in brina in queste
Notti crudeli.

Rigido, saldo,
Un cristallo di ghiaccio
Fragile in cuore.

Svanite, nubi:
Oggi risplendo come
Sole tenace.

Ma poi nel buio,
Costante, ad ogni sera,
Sprofonda il sole.

Oggi non sorge
La luna, resto solo
Nel buio, al freddo.

Bouganville tenui,
Come un bacio di viola
Perso nel fango.

Bouganville tenui,
Come un manto di viola
Nel suolo fesso.

Ramo di quercia.
Cadde a terra, col vento,
L'esile prole.

La passiflora,
L'abbraccio trattenuto,
Ferma, in attesa.

venerdì 25 novembre 2011

Pochi rapidi versi

Mentre finisco e rifinisco gli ultimi componimenti, tanto per non dire che non aggiorno mai il blog, vi propongo questi rapidi versi scritti alcune settimane fa.



Chiara la luna, nel cielo, al mattino,
Ricolma di grazia,
Oggi mi inebria col viso lucente,
Lo sguardo di miele
Tutto mi prende nell'animo, e dolce
Sorrido, rapito.

giovedì 17 novembre 2011

Sull'albatro e sull'uomo

Questa volta, il punto di partenza della poesia è Baudelaire, con il suo celebre componimento che assimila l'albatro caduto in terra al poeta, anche se ho tratto alcune espressioni direttamente da Alcmane (e nello specifico da un componimento che ho tradotto e proposto sempre sul blog qualche mesetto fa).

E' una poesia abbastanza lunga, e spero che per questo mi perdionate l'interminabile ritardo negli aggiornamenti. Ma ho in cantiere un altro grosso componimento, ancora incompiuto, che quando sarà terminato si aggirerà sui 750 versi.

Intanto, godetevi quel che ho già scritto e revisionato.



Alto con l'ali d'un angelo, enormi, im-
Ponenti, nel cielo
L'albatro vola, sovrano davvero
Dell'aria e dei nembi.
Vola, sospeso dai venti più caldi,
Sul fiore dell'onda.
Battiti lievi gli bastano infatti,
Con l'ali gentili
Tese per cogliere l'aria, ad alzarsi
Fin oltre le nubi.
Pure, talvolta precipita al suolo
L'uccello divino,
Come tradito dal vento nel quale,
Fedele, sperava.
Altri hanno scritto di come si muova,
Ridicola e goffa,
Sopra la terra la misera bestia,
Dal corpo forgiato
Certo per stare nei cieli, inadatto
Al mondo crudele.
Vive una vita sofferta, reietta,
Macchiate di grigio e
Sporco le candide piume d'un tempo.
Ma pure dal suolo
L'albatro sente talvolta una brezza
Spirare leggera, e
Spera che possa sospingerlo in alto,
Nei cieli. Talvolta
Presto svanisce quel soffio, speranza
Fasulla, talaltra
Forte si mostra, capace di fargli
Sfiorare di nuovo il
Cielo con l'ala. Bramando nel cuore
Le nubi ed il vento,
L'albatro certo vorrebbe seguire
Quel soffio, ma teme
Sempre che possa mostrarsi la brezza,
Cui dona l'abbraccio,
Flebile, un vento che dura soltanto un
Istante, e che presto
Lascia da solo, in rovina, l'alato,
Caduto nel fango.
Dunque, spiegando le piume nel darsi a
Quel soffio bramato,
L'albatro, in preda al timore, non cede
Del tutto alla brezza.
Lui, combattuto fra sogno e paura,
Tra dubbio e speranze,
Vola provando un confuso sentire:
Andare, donatosi al
Soffio celeste, fin oltre le nubi,
Oppure lottare
Contro la forza impetuosa del vento,
Tenersi vicino
Al suolo terreno, volevo soffrire
Di meno qualora il
Vento dovesse cessare, cadendo
Dal cielo distante
Senza toccarne con mano, impietoso
Ricordo, le nubi.
Simile l'albatro pare ad un uomo privato d'amore:
Molto vorrebbe una nuova passione
Nel cuore, ma molto
Teme di un nuovo abbandono il tormento
Dei dolci ricordi.

giovedì 10 novembre 2011

Partendo da Yeats

Già qualche tempo fa, molto tempo fa in effetti, avevo scritto una poesia che prendeva le mosse da Easter 1916 di Yeats, specificamente dai versi secondo i quali "too long a sacrifice/can make a stone of the heart" e "a terrible beauty is born".

Ma stavolta la riflessione porta a esiti differneti, a una constatazione amara. Dopotutto son cambiato in questi anni, e non solo nell'aver acquistato più padronanza con i metri poetici.




Dicono alcuni che possa, col tempo,
Un gran sacrificio il
Cuore mutarti in un sasso di pietra
Che, freddo, crudele,
Certo non batte per nulla, non prova
L'amore né l'odio:
Quasi una statua, nel marmo scolpita,
Superba, esemplare,
Duro modello perfetto e spietato,
Non vivo, inumano.
Pure, talvolta a mutarti non sono
Le gesta compiute
Senza egoismo, il donare te stesso
In nome di cause
Nobili, o forse soltanto credute es-
Ser tali, ma solo il
Lento dolore provato nei giorni
Vissuti soffrendo.
Niente di nobile allora, soltanto
Di rozzo granito, a
Tratti sbozzato, diventi nel cuore,
Giammai qualcheduno in
Te cercherà d'un esempio la forza.
Rimani soltanto un
Uomo che molto ha lottato col mondo,
Che perse le proprie
Sfide, talvolta per poco valore,
Talvolta per troppo
Grande sentire d'amore, consunto-
Si in nulla, da solo,
Mentre il suo cuore batteva, ogni istante
Più lento, per niente.

sabato 5 novembre 2011

La bestia

Causa viaggio e conseguente malattia sono rimasto fermo per un bel po' di tempo. Ma ho in lavorazione un enorme componimento basato proprio su tale viaggio.

Inoltre, negli ultimi tre giorni ho praticamente buttato giù quanto segue: un altro componimento vagamente goticheggiante, costituito attorno all'idea di una bestia che non so identificare neppure io, nella quale ho cercato di inserire tutta una serie di richiami orrorifici.
Non è un genere per il quale impazzisco, ma dopotutto è abbastanza riposante da comporre.



Ora vi chiedo, prestiate attenzione al
Contesto dei versi,
Questo provate a pensare: una bestia
Crudele, letale,
Figlia dell'uomo, può darsi, dotata
Di mente e pensiero.
Essa, nel dare la morte, riflette
Sul proprio sentire,
Pensa alla propria natura, e talvolta,
La testa chinata,
Piange, gemendo per quanti ella uccide,
Temuta ed odiata.
Questo, ritengo, potrebbe la bestia
Pensare, una notte,
Mentre la chiama l'istinto di caccia,
La sete di sangue.
Corro su zampe veloci, con l'unghia
che fende la terra
Fredda, ghiacciata al mio tocco: la vita
Si spegne d'attorno,
Sempre procedo compagno di morte,
Le piante si seccan
Ogni qual volta, incurante, le sfioro
Col corpo possente.
Ora lo sento, m'inebria l'odore
Dell'uomo che fugge,
Quasi impazzito, sentendo nel cuore
La morte ed il gelo
Spandersi al solo passaggio di me che
L'inseguo, spietato.
Forse ha sentito le voci, le tetre
Leggende che in molti
Spesso raccontano attorno ad un fuoco, al
Sicuro, protetti,
Sulle mie cacce notturne. Di certo
Conosce, quest'uomo, il
Fato che adesso l'attende: per quanto
S'illuda, sperando
Possa sfuggirmi con passi veloci,
Nascondersi, forse,
Nulla di questo potrebbe salvarlo
Da me, dalla bestia.
Fiuto l'odore, perfino, di quello
Che prova, ne annuso,
Sempre più forte, il terrore. Ne sento il
Pulsare del sangue
Farsi più intenso man mano che fugge,
L'illuso. Da sempre
Son predatore dell'uomo, conosco
La preda: mi basta
Qualche secondo, ho raggiunto il mio pasto
Notturno, tremante.
Squarcio il suo collo con zanne affilate,
Un morso pietoso;
Sento il sapore, metallico e caldo,
Del sangue che sgorga
Scorrermi lungo la gola, assaporo
L'istante. Poi, quando
Guardo quel corpo pietoso, straziato ed
Esangue, mi cola
Lungo la faccia imbrattata di sangue u-
Na lacrima amara.
Certo quell'uomo, ridotto ad un corpo
Contorto, ha lasciato
Dietro di sé, nella morte, una vita
Trascorsa con altri,
Forse lo piange un'amore, od un figlio
L'attende alla casa.
Forse era un saggio, od un santo, o magari un
Poeta, oppure,
Spero, un crudele assassino che uccisi a
Ragione. L'ignoro:
Ora soltanto un cadavere, freddo,
Rimane di quello
Ch'era in passato. Di nuovo ho preteso il
Tributo dall'uomo,
Come ogni notte di caccia. La sete
Mi lascia, si placa.
Torno sui passi percorsi, mi colma il
Disgusto pestando
L'erba contorta e distrutta da me sul-
La terra gelata.
Sempre compagno di morte, da sempre as-
Setato di sangue.
Questa la vita che vivo da sempre, uc-
Cisore bestiale.
Spero che un giorno la sete si plachi
Per sempre, che possa
Smettere d'essere un empio terrore
Per l'uomo, ma so di
Certo che mai la condanna avrà fine
Per loro, per me.